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Dalle comunità locali alle sedi internazionali: il ruolo delle donne*

Dalle comunità locali alle sedi internazionali: il ruolo delle donne                                

Alla domanda su cosa vogliono realizzare nei prossimi anni per la comunità e come vorrebbero farlo, le donne di Ntandweni rispondono: una “casa delle donne”, avere un edificio sicuro dove potersi riunire e scambiare consigli di ogni tipo. E’ ancora Mumbala a prendere la parola, incoraggiata dalla confidenza creatasi: “vogliamo portare avanti i nostri percorsi di sensibilizzazione per i nostri diritti”. Dalle altre giovani viene un mormorio in segno di assenso. “Cosi non dovremo camminare a lungo ogni giorno per bere o andare in bagno, avremo anche acqua per coltivare e avere di che mangiare. Vogliamo ricevere anche ospiti importanti per raccontare la nostra testimonianza”. Un’amica chiosa che anche lei avrebbe voluto “lavorare per un’organizzazione impegnata per i diritti di genere e confrontarmi con le donne di altri paesi, aiutarci l’una con l’altra per migliorare le condizioni”.

Ho ripensato spesso a queste parole, testimonianza di una grande voglia di cambiamento. Mi sono tornate alla mente anche durante la Conferenza internazionale sul clima di Bonn, parlando con una delle attiviste della Women and Gender Costituency che si preparava ad uno dei tanti eventi organizzati. Le costituency sono gruppi d’interesse all’interno delle Conferenze delle parti sul clima della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite (Unfccc), che s’impegnano a promuovere politiche e azioni di lobby di gruppi particolari. Tra queste, anche la Women and Gender Costituency, che promuove l’inclusione dei diritti e degli interessi delle donne in ambito climatico e ambientale. Nata da un ristretto numero di persone e organizzazioni nel 2009, la Women and Gender Costituency è diventata un attore di crescente rilievo all’interno della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, raggiungendo l’obiettivo di menzionare il tema delle questioni di genere all’interno dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015.

Alla conferenza di Bonn, a fine novembre 2017, la Costituency ha raggiunto un importante obiettivo, che avrebbe certo trovato il plauso di Mumbala e delle sue amiche: l’approvazione del Piano d’azione per l’inclusione di genere (Gender Action Plan, Gap), un programma permanente che mira a garantire pari rappresentanza a donne e uomini all’interno di tutti i programmi su clima e acqua. Per garantire le stesse opportunità di accesso alle delegazioni nazionali che partecipano ai negoziati, il Gap lavorerà per aumentare la conoscenza dei cambiamenti climatici e dei meccanismi di partecipazione politica sia tra gli uomini che tra le donne. Inoltre continuerà l’azione di pressione politica affinché politiche climatiche e programmi finanziari siano resi più efficaci attraverso l’integrazione della prospettiva di genere.

Secondo Chiara Soletti, coordinatrice della sezione ”Donne, Diritti, Clima” dell’associazione Italian Climate Network, per concretizzare l’impegno dei paesi a far sì che l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari siano davvero un diritto umano, si deve creare una consapevolezza internazionale sull’accesso a una risorsa fortemente soggetta ai cambiamenti climatici e fondamentale alla sopravvivenza umana. “E’ necessario – sottolinea Chiara Soletti – instaurare meccanismi a livello di diritto internazionale che portino le nazioni a creare infrastrutture idriche e sanitarie e a favorire l’accesso a esse, garantendo la sicurezza dei più vulnerabili, in questo caso donne e bambini”. Assicurare equo accesso e rappresentatività ai negoziati, e al lavoro dell’Unfccc in generale, significa mettere in atto un meccanismo virtuoso con ricadute positive a livello non solo internazionale ma anche regionale e locale. L’adozione del Gap dimostra l’interesse della comunità internazionale alla partecipazione delle donne in ambito ambientale e climatico, e può solo far ben sperare riguardo all’impegno che le parti avranno nell’integrare i principi a livello locale, con ricadute positive anche su problemi come l’accesso all’acqua e ai servizi igienici.

Nonostante il rapporto fondamentale tra la dignità umana e il diritto alle strutture igienico-sanitarie, i programmi nazionali e internazionali che affrontano il tema dell’acqua e dei servizi igienico-sanitari invariabilmente investono di più nell’accesso all’acqua che nei servizi igienici. Sebbene l’impegno di dimezzare la quota di quanti sono privi di accesso all’acqua potabile sicura – inserito tra gli Obiettivi del Millennio, l’agenda di sviluppo delle Nazioni Unite conclusasi nel 2015 – sia stato onorato, non ci sono stati miglioramenti significativi negli interventi di costruzione e strutturazione dei servizi igienici e fognari e, anche là dove l’accesso è migliorato, esistono forti disparità tra chi vive in un’area urbana e chi vive fuori città, con quasi la metà della popolazione rurale del mondo che non ha accesso a nessun tipo di servizio.

E’ una situazione cui bisogna porre rimedio. Léo Heller, Special Rapporteur Onu per il diritto umano all’acqua e per il diritto ai servizi igienico-sanitari, in un’intervista realizzata per questo libro ha affermato che c’è un forte impegno del Consiglio per i diritti umani di Ginevra a lavorare con la cooperazione governativa e non governativa dei paesi meno sviluppati e a passare ai fatti nella costruzione e l’ammodernamento delle infrastrutture, a partire dai grandi centri urbani per poi procedere gradualmente nelle zone periurbane e rurali.

Non a caso, il Report annuale 2017 ha avuto un focus particolare sulla questione igienico-sanitaria legata all’acqua. Secondo Heller, la scarsità di accesso all’igiene ha un impatto doppiamente lesivo della dignità personale nel caso delle donne e influenza altresì l’affermazione di altri diritti umani, quali l’autodeterminazione, l’istruzione, la salute, il lavoro, la libertà di movimento, l’indipendenza anche economica. “Tra le aree geografiche che necessiteranno di maggiori interventi, nell’ambito delle infrastrutture come nell’ambito educativo, ci sono Kenya, Zimbabwe e Malawi, essendo emerso un alto numero di violenze sessuali subite lungo il tragitto per raccogliere l’acqua o per recarsi alle latrine”.

Un impegno del Consiglio per i diritti umani, conclude Heller, è lavorare su sistemi di monitoraggio e ricerca dati in collaborazione con i governi e le amministrazioni locali al fine di individuare le zone i cui le donne sono maggiormente esposte e prive di supporto.

Tuttavia, la sfida del futuro è l’affermazione di eguali diritti tra uomini e donne anche nel controllo e nell’accesso all’acqua. E questo passa per il riconoscimento del ruolo della donna nella gestione delle risorse idriche e delle specifiche necessità sanitarie.

* Brano estratto dal libro “Water grabbing – Le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo” di Emanuele Bompan, giornalista ambientale e geografo e Marirosa Iannelli, specializzata in cooperazione internazionale e water management (http://www.watergrabbing.it).

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