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La necessità di raccontare

Il 4 luglio prossimo lo scrittore e attivista islandese Andri Magnason riceverà il Premio Terzani 2021 per il suo libro Il tempo e l’acqua pubblicato dalla Casa editrice Iperborea di Milano; riflessioni intorno al futuro della Terra, minacciata dalla crisi climatica e dall’apatia del genere umano che sembra non capire la gravità della situazione.

Per Magnason la responsabilità di questo stato di cose è anche da attribuire all’incapacità degli scienziati di trasmettere dati e analisi quasi sempre di difficile lettura, utilizzando un linguaggio diverso che possa essere in grado di arrivare davvero alla coscienza di ogni singola persona. Ci sarà bisogno di ognuno di noi per invertire la rotta.

 

La mia escursione a Kringilsarrani diventò un libro che mi portò in tutto il mondo. Intervenni a una conferenza a Monaco e partecipai a un dibattito con Wolfgang Lucht, responsabile dell’Istituto per la ricerca sull’impatto climatico di Posdam, in Germania. Lucht disse in quella occasione che tutte le sue peggiori previsioni di dieci anni prima non solo si erano avverate, ma erano risultate ottimistiche. Non aveva mai ambito a farsi profeta della fine del mondo. Il suo primo amore era stata la poesia, ma alla fine era diventato climatologo perché era bravo in matematica. Nel suo intervento aveva parlato del mito greco di Cassandra, condannata a conoscere il futuro senza che le sue previsioni fossero mai prese sul serio: La sua maledizione era prevedere come sarebbero andate le cose e vederle poi realizzarsi.

Lucht mi chiese come mai io che avevo scritto di paesaggi, cascate e valli segrete non avessi sentito la necessità di scrivere anche delle questioni più importanti del nostro tempo. Risposi che le questioni climatiche erano complesse e attenevano alla scienza, quindi era meglio che se ne occupassero gli esperti.

“Però non hai avuto paura di criticare gli esperti per la costruzione di dighe e impianti industriali.”

“Si, è vero, ma almeno ho potuto vedere con i miei occhi la diga, girare a piedi la zona e capire dove sarebbe sorto il bacino artificiale. Ho potuto calcolare di persona quanta energia se ne sarebbe ricavata e quanti prodotti superflui avrebbero prodotto gli impianti: così avevo tutti i dati necessari per valutare le stime degli ingegneri e poterle criticare.”

“Quindi diciamo che non te la senti di scrivere dei più gravi cambiamenti che stanno avvenendo nei grandi sistemi terrestri da quando è comparso l’uomo e vuoi che la responsabilità se la assuma un pugno di esperti?”

“Non possono pensarci loro, a divulgare le conoscenze scientifiche?”

“No, perché loro non sono esperti di divulgazione scientifica. Senza una mediazione sono destinati a parlare ai sordi. Se tu che sei uno scrittore non senti il bisogno di scrivere di certe questioni, allora non hai capito la scienza né la gravità del problema. Chi capisce che cosa c’è in gioco non ha altre priorità. Io gestisco una numerosa équipe di scienziati. Pubblichiamo grafici ed esiti di simulazioni computerizzate che parlano la lingua delle nostre discipline: la gente li guarda, annuisce e forse in un certo senso li assimila, ma non li capisce nel vero senso della parola. Io porto la documentazione alle commissioni parlamentari, spiegando che se non passiamo all’azione milioni di persone perderanno la casa, e subito i politici mi rispondono: ”Se facessimo come dici tu, centinaia di migliaia di persone perderebbero il lavoro domani.” Scaricano la responsabilità su di me. Se capissero davvero quello che dico, si rimboccherebbero le maniche e troverebbero una soluzione. Abbiamo destinato enormi energie ad ambiti letali come guerre e armamenti, o su come arrivare sulla Luna. Per il Progetto Manhattan furono mandate nel deserto diecimila persone che lavorarono giorno e notte, saltando le ferie estive e quelle di Natale, per costruire una bomba atomica. Perché allora non impegnarsi altrettanto per fare qualcosa di buono per il pianeta? Se i politici capissero fino in fondo la gravità della situazione, pianificherebbero subito un altro progetto del genere. In quanti dovrebbero mettersi all’opera per risolvere la crisi climatica? Milioni di persone non sarebbero troppe, quando è a rischio il futuro della Terra!”

Io annuii, ma evidentemente non avevo un’espressione abbastanza seria sul viso. Tutte le volte che succede qualcosa di grave mi sfugge un sorrisino un po’ sciocco. Infatti lui aggiunse: “Non sto scherzando: la gente i numeri non li capisce, ma le storie si. Tu che sai raccontare storie, devi raccontare questa.”

Ci pensai su.

“Ma nessuno vuole sentire raccontare profezie catastrofiche e storie deprimenti.”

“E’ questo il problema”, mi spiegò. “Poniamo che un medico non voglia dire a un paziente che ha un cancro a uno stadio iniziale. Che deve smettere immediatamente di fumare e cambiare abitudini, anzi, deve sospendere tutto per un paio d’anni e pensare solo alla sua salute e a salvarsi la pelle, farsi operare, fare radioterapia e riabilitazione. Poniamo che il medico non voglia dirgli schiettamente che cosa potrebbe succedergli per paura di spaventarlo e gli consigli invece tabacco biologico e tè alla menta.”

“Si, capisco,”

“E’ questo che è accaduto finora. Il risultato è che il problema si è aggravato, e le sue proporzioni sono destinate a crescere: il paziente non ha cambiato le sue abitudini e si dice convinto di cavarsela annusando oli essenziali. E’ una questione di vita o di morte, ma dalla gente non è percepita così. Le soluzioni di cui si sta discutendo sono inutili placebo. Dosi omeopatiche. Vietare le cannucce. Differenziare la plastica. Sono dettagli. Ci vogliono interventi molto più radicali.”

Lo ascoltavo pensando a quanto gli stava a cuore la questione. Un conto è preoccuparsi di una diga sugli altopiani interni islandesi, ma ha senso preoccuparsi del mondo intero? Che vaso di Pandora sarebbe stato infilarsi in questioni tanto grandi e buttare la propria felicità quotidiana in quel pozzo senza fondo? Si tenevano conferenze a Copenaghen, Parigi, Rio de Janeiro, Kioto. Migliaia di esperti pubblicavano rapporti e grafici. Che altro si poteva fare? I politici non avevano forse orecchie per ascoltare e mezzi per agire?

Poco tempo dopo, all’Università d’Islanda, partecipai a una conferenza sul clima che vide avvicendarsi sul podio uno specialista dopo l’altro. Un biologo marino parlò dell’acidificazione degli oceani e della morte degli uccelli marini. Un glaciologo affrontò il tema dello scioglimento dei ghiacciai e un ecologista quello dell’assottigliamento globale dello strato di humus, dell’abbassamento dei livelli delle falde freatiche e delle conseguenze di un imminente scarsità d’acqua. Le cifre presentate parlavano di milioni di persone, milioni di specie animali, cambiamenti con un’accelerazione mai vista in milioni di anni. In sala, nessuna agitazione. Guardai il pubblico: le reazioni erano blande, neanche si stesse parlando degli effetti dei tassi d’interesse ufficiali. Non avremmo dovuto organizzarci in gruppi di lavoro e fermarci fino a notte per preparare un piano d’intervento? All’orario previsto per la fine del convegno riponemmo le nostre cose, parlammo del più e del meno e tornammo a casa come se niente fosse.

Forse la comprensione del mondo non è un fatto individuale. Forse stavamo vivendo il contrario dell’isteria collettiva, una specie di apatia di massa. Anche gli esperti in materia sembravano incapaci di vivere pienamente le loro ricerche. Non riuscivano a collegare le loro esperienze profonde, le loro immersioni per l’analisi delle barriere coralline del modo, con l’immaginazione e la consapevolezza della morte imminente di tutto ciò che più amavano. Forse gli scienziati non capiscono che cosa dicono finché non lo capiscono gli altri.

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