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Resilienza di Alberto Salza*

La mancanza d’acqua è la caratteristica degli ambienti utilizzati dai pastori nomadi, in Africa e altrove. Si tratta di terre povere, dove la catastrofe ambientale del Sistema Socio-Ecologico (in inglese SES) è trasformata in risorsa. Un SES ha un comportamento “incerto” (non linearità), in quanto impara dall’esperienza (adattività). Una gestione sostenibile a lungo termine del SES deve tener conto di questi fattori:

  • alcuni elementi chiave, quali il clima, il terreno e gli adattamenti tecnologici mutano in modo non lineare;
  • l’azione umana di risposta è riflessiva; le persone reagiscono in modo da alterare il futuro e, quindi le previsioni sull’intero sistema;
  • il SES può mutare più rapidamente degli adattamenti di gestione e del ricalibramento delle previsioni, in particolare durante i periodi di transizione.

Di conseguenza, le previsioni sul comportamento del SES possono dimostrarsi non corrette proprio nei momenti in cui sarebbero più necessarie. L’abilità del sistema e dei suoi attori umani di rinnovare, riorganizzare e mantenere un nuovo sistema, dopo la perturbazione di struttura e funzione, si definisce “resilienza”1. La gestione della resilienza consente la sostenibilità di un’innovazione nel SES.

La resilienza verso la scarsità di acqua è esemplificata dai pastori WoDaaBe2 che vivono nelle steppe aride del Niger, dove le risorse sono molto scarse e l’ambiente climatico estremamente variabile. Così questi pastori hanno sviluppato strategie di sopravvivenza che limitano i rischi invece di ottimizzare i profitti. Da quelle parti, l’ambiente tende al disequilibrio, ma resta permanente grazie ai pastori. L’analisi delle genealogie delle vacche dei WoDaaBe dimostra una selezione in funzione di comportamento e intelligenza degli animali piuttosto che non in base alla produzione alimentare. Come scrive Saverio Krätli, dopo una ricerca pluriennale: «I WodaaBe fanno affidamento su risorse funzionali nella mandria che siano ad elevata risposta e a rapida diffusione, puntando sui processi cognitivi e sull’organizzazione sociale degli animali, selezionati secondo criteri locali altamente specializzati»3. La mobilità sul territorio integra l’ambiente catastrofico con tali abilità animali, in un approccio proattivo. Le loro vacche, gli zebu bororo a lunghe corna che i WodaaBe chiamano “vacche rosse”, hanno zampe lunghe, agili come quelle dei cavalli. Secondo il mito, alle origini non sono state catturate e domesticate, ma persuase a seguire i pastori. Ancora oggi, il pastore, che canta le genealogie delle sua vacche, precede la mandria: gli animali diventano incerti e nervosi, se vi ponete alle loro spalle. I vitelli sono sempre legati nello stesso ordine, così si fanno degli “amici”. Le vacche hanno musi stretti e allungati: in tal modo arrivano a ogni più piccolo stelo d’erba.

A Filtu, regione Somala dell’Etiopia, 2004. Riunione tra pastori nomadi e autorità governative. «Se lo Stato costruisse qui, per voi, delle case, trivellasse pozzi con acqua pulita, vi fornisse negozi, una scuola, l’ospedale, accettereste di divenire sedentari, di fermarvi in un villaggio permanente?» Somalo dalla barba tinta di henna, vecchio e mummificato come un dromedario dopo la siccità: «Ma certo. Solo, però, se il governo ci darà anche l’erba. Senza erba il bestiame muore. E moriamo anche noi»

Per i pastori nomadi il fattore limitante è l’erba, non l’acqua. Se il bestiame mangia erbe e foglie fresche, riesce a idratarsi bevendo assai poco, fornendo a sua volta latte al pastore, il quale non avrà sete o fame. L’animale costituisce l’interfaccia tra l’ambiente e il pastore. Si tratta di un capitale mobile su quattro zampe, una macchina in grado di trasformare risorse indigeribili in proteine solide e liquide, assimilabili dall’uomo. I Somali mi dicono: «I dromedari fanno i nostri figli (pagano le spose), sistemano i debiti di sangue e provvedono latte e trasporto (le tre cose in ordine di importanza)» La vita non esiste senza dromedari.

Lo spazio pastorale è organizzato in funzione del pascolo e non dell’acqua. L’accampamento-ovile e il pozzo-abbeveratoio non coincidono mai, per scelta operativa: sono invece i due fuochi di un ellisse, il quale costituisce il territorio di pascolo, la cui estensione è funzione della capacità di spostamento dell’animale allevato, diversa, per esempio, tra capre o dromedari. L’ellisse, infatti non è altro che il luogo geometrico dei punti le cui distanze da due fuochi (campo e pozza) hanno somma costante (la distanza che può percorrere in un giorno l’animale allevato, pascolando): così recinti e capanne vengono posizionati in relazione a pozzi distanti, scavati in funzione delle aree di pascolo. Quando il pascolo è finito, si costruisce un secondo ellisse a partire dalla pozza. Il discorso si rovescia se finisce prima l’acqua. Il modello disegna una serie di ellissi concatenati che coprono tutto il territorio pastorale. Facendo coincidere i due fuochi in un punto solo (centro), si configura un cerchio. In tal modo, accampamento e pozza nello stesso luogo, si ottiene una condizione di accelerato sovrappopolamento animale e umano, di pascolo eccessivo e desertificazione radiante dal centro, di nuove stratificazioni sociali (i primi aventi diritto di accesso al pozzo con precedenze inesistenti nella tradizione), di conflitti con altri gruppi. Va avanti così fino al momento in cui il bestiame, gonfio d’acqua ma privo di forze, per raggiungere un pascolo sufficiente dovrà superare il punto di non ritorno. Allora l’acqua trivellata dev’essere abbandonata, per necessità. Questa è la condizione tipica dei pozzi tecnologici con pompe, per semplici che siano, che gli operatori umanitari suppongono essere nuclei di un territorio considerato più “umano”, in quanto fornisce costantemente da bere. E da mangiare?

In tutta l’Africa, nonostante la continua violenza idraulica dell’Occidente, ho sentito ripetere: «Una pompa non sostituirà mai una pozza». Una pozza dove si abbeverano assieme capre, pecore, bovini, asini, dromedari, cani, scimmie, animali selvatici, uomini, donne e bambini è luogo di cultura, un topos.

1-Walker, B., Carpenter, S., Anderies, J., Abel, N., Cumming, G.S., Janssen, M., Lebel, L., Norberg, J., Peterson, G.D. e Pritchard, R.: “Resilience Management in Social-Ecological Systems: a Working Hypothesis for a Participatory Approach, 2002, Conservation Ecology, vol. 6(1)

2- più noti come Fulani o Peul, di cui sono il gruppo nomadico per eccellenza; vedi Beauvilain, A., 1977: Les Peul du Dallol Bosso, Ètudes Nigèriennes n° 42, Institut de Recherche en Science Humaines, Niamey

3- Krätli, S., 2008: Time to outbreed animal science? A cattle-breeding system exploiting structural unpredictability: the WoDaaBe herders in Niger, STEPS Working Paper 7, Brighton; www.steps-centre.org/publications/index.html

*Alberto Salza – Analista del terreno umano, ha coordinato il Laboratorio di Ecologia Umana dell’Università di Torino. Dal 1968 svolge ricerca sul campo in Africa. Collabora dal 1998 agli aiuti umanitari (eco- sviluppo, prevenzione dei conflitti, diritti umani e crimini internazionali). Collabora con numerose riviste, tra cui Le Scienze e National Geographic ed è autore di vari libri.

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